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FRANCESCA BOCCHIA
Francesca Bocchia

Sono le otto di mattina. Stringo fra le mani la mia insostituibile e fidata compagna di lavoro ed esco.
E’ una giornata come tante, fra gente che cammina di fretta e bambini che svogliatamente si accingono a scuola. Lì, nella routine cittadina della mia amata Parma, dove vivo ormai da quasi 40 anni, risiede la vera sfida quotidiana. Fra profili di edifici che conosco a menadito e piazze in cui sono cresciuta, proverò a raccontare qualcosa di nuovo, grazie alla fotografia. Un’attimo unico, che resterà impresso sul sensore della reflex prima ancora che nella mia mente. Quello scatto che fra tanti, farà la differenza, facendomi sentire appagata non appena, stringendo fra le mani la macchina fotografica, poserò lo sguardo sullo schermo.

Mentre mi concentro, i rumori cittadini si fanno sempre più tenui, diventano un brusio di sottofondo che non sento più. L’unico che percepisco è quello flebile dell’otturatore.

Il mio sguardo si posa sui fili del tram che disegnano una rete perfetta, al di là della quale il tipico “giallo Parma” dell’Arco di San Lazzaro fa da cornice a Via della Repubblica. Entro in un negozio. Le fitte nuvole bianche fanno da sfondo all’imponente Basilica della Steccata mentre le luci al neon si riflettono sulla vetrina e si stagliano scure le sagome delle persone. Catturo lo sguardo pensieroso e mesto del signore che noleggia i “grilli” al Parco Ducale, ricordo indelebile dell’infanzia di ogni bambino cresciuto qui: seduto al banchetto, una mano sulla fronte corrucciata, nell’altra una penna, forse alle prese coi conti di fine mese, completamente assorto nei suoi pensieri.
Mi sporgo da una finestra. Dall’alto scorgo Garibaldi in compagnia di due signori che sembra stiano chiacchierando con lui. Ha un piccione comodamente appollaiato sul suo copricapo e nonostante faccia capolino come sempre nella sua Piazza, appare decisamente meno fiero e imponente del solito, visto da quassù. Senza esitare scatto. A volte servono giorni, altre volte una frazione di secondi.

Resto affascinata da come la composizione fotografica sia già davanti ai miei occhi, come basti cogliere l’attimo giusto per raccontare una storia unica. Quella storia che si cela dietro ad un improvvisato e poco realistico terzetto in cui Garibaldi scambia quattro chiacchiere con due signori, o quella vera, dura e amara che si cela nel viso arrabbiato di chi sta protestando perché rischia di perdere il lavoro, o nella smorfia annoiata di un bambino che deve attendere la fine di una cerimonia, o nelle mani di un alpino che stringe fiero la bandiera, o nel sorriso delicato di una persona che soffre ma in quel momento sta gioendo per un piccolo gesto di conforto.

Un racconto in soggettiva di ciò che mi circonda: uno scorcio inusuale, un’espressione rapita, un gesto fugace. La possibilità di conoscere tante storie diverse fra loro e lasciare che siano le immagini stesse a raccontarle, restando in disparte e osservando da lontano. Una passione che dà voce al mio desiderio di comunicare, da quando a soli otto anni strinsi fra le mani la prima Polaroid gialla e iniziai a fotografare. Un silenzioso e intimo racconto degli altri con cui esprimo e racconto me stessa. Perché come diceva Ansel Adams, indiscutibile padre della fotografia moderna, “Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”.

di Sara Bondani

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